""A chi non è puro
non è concesso
di raggiungere ciò
che è puro."
(Fedone)
A CURA DI: ANNA
MARIA TANDA
PROFESSORESSA MARIANGELA PINNA
Il Fedone è la storia di una morte, quella di Socrate
e, allo stesso tempo, è il racconto di una nascita, quella
della metafisica occidentale, che proprio nelle pagine di questo
splendido dialogo vede la luce. Il racconto dell'ultima giornata
di Socrate nel carcere di Atene diviene, per Platone, il luogo
decisivo per tenere un altro dialogo sulla morte: un discorso
che non si limita ad inaugurare un modo nuovo di parlarne, ma
si spinge fino ad intrecciare la morte e la filosofia in un abbraccio
indissolubile. Dopo il Fedone la morte non potrà più
essere, per il pensiero, qualcos'altro a cui pensare, un pensiero
particolare, un determinato oggetto del pensiero. Dopo il Fedone,
la morte si porrà, sin dall'inizio insieme al pensiero.
Dopo il Fedone "non si cessa di pensare alla morte che
cessando di pensare" (Marcel Canche, "La mort et
la Pensèe").
obiettivo: contestualizzazione.
Nel 431 a.C. Pericle scatena deliberatamente la seconda guerra del Peloponneso: egli ritiene infatti che Atene potrà difendersi dall'ostilità delle poleis, spalleggiate da Sparta, solo se conquisterà con le armi l'egemonia sull'intera Grecia. La guerra dura quasi ininterrottamente dal 431 a.C. al 404 a.C. e rappresenta non solo la lotta accanita fra i due blocchi guidati da Sparta ed Atene, ma anche una feroce guerra civile fra democratici filoateniesi e oligarchici filospartani. Tutte le contraddizioni del mondo ellenico esplodono dunque contemporaneamente nella guerra, nella cui fase finale Sparta chiede aiuto ai Persiani. Atene è costretta ad arrendersi e Sparta nel frattempo costringe i Persiani a rendere la libertà alle poleis dell'Asia Minore. Sparta impose ad Atene un governo provvisorio di trenta membri, che si abbandonarono a tali soperchierie da passare alla storia con il nome di Trenta Tiranni. Le stragi, le confische, le condanne arbitrarie fecero presto dimenticare anche le peggiori azioni dei vecchi governi. Così molti fuoriusciti ateniesi, rifugiatisi a Tebe, grazie all'aiuto del popolo, spodestarono i Trenta Tiranni e restaurarono le istituzioni democratiche. Fu grande merito dei democratici ateniesi l'aver tenuto fede al patto con Sparta secondo cui essi non avrebbero dovuto scagliarsi contro chi aveva parteggiato per gli oligarchi. D'altra parte gli stessi fautori della democrazia si dimostrarono intolleranti e fanatici nei confronti del filosofo anticonformista Socrate, che morì nel 399 a.C., bevendo, serenamente la cicuta.
Sebbene passata in secondo piano, dopo la sconfitta inflittagli
da Sparta, Atene nel IV sec. a.C. godeva ancora di quello splendore
culturale che l'aveva caratterizzata nel V sec. Fiorisce, per
esempio, in questo periodo la tragedia grazie all'opera
di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Gli autori
delle tragedie - ispirandosi ai miti e alle gesta leggendarie
degli eroi, ma talora anche ad argomenti di attualità -
dibattevano i temi della giustizia, della responsabilità
morale, del destino umano: i grandi temi, insomma, che coinvolgono
l'intera umanità. Essi si presentavano quindi ai loro concittadini
non solo come poeti, ma anche come maestri di vita: gli spettacoli
erano "popolari" ed assistendo ad essi la comunità
dei concittadini ritrovava la propria unità morale e civile,
al di sopra degli inevitabili contrasti politici e sociali. Più
immediatamente legata alla vita cittadina è la commedia,
che spesso rappresenta in forma sarcastica determinate categorie
di persone o determinati personaggi del mondo politico e culturale.
Massimo commediografo è il conservatore Aristofane
che in alcune sue opere mette alla berlina i capi del partito
democratico come Cleone e i filosofi più decisamente innovatori
come Socrate. Un avvicinamento all'uomo lo riscontriamo anche
nell'arte, dove non si ricerca più l'ideale umano,
ma si inizia a rappresentare più realisticamente l'uomo
e i suoi sentimenti. Espressione di questa nuova tendenza sono
Skopas (n.d.r. la Menade) e Prassitele (n.d.r. Ermes
con Dioniso bambino).
Nel corso dei secoli diversi sono stati i problemi affrontati dai filosofi: i presofisti per esempio si occupavano dell'argomento ontologico-metafisico ricercando il principio di tutto ciò che ci circonda. I sofisti hanno aperto una vera e propria "rivoluzione filosofica" spostando l'asse della speculazione dalla natura all'uomo. L'argomento antropologico è fondato sulla politica, sulle leggi, sulla religione, sulla lingua, sull'educazione e così il filosofo diventa studioso dell'uomo e della città. Questo decisivo spostamento dell'asse della filosofia si spiega, in parte, con la sfiducia nella ricerca naturalistica, che aveva ormai battuto tutte le strade senza giungere ad una organica visione d'insieme delle cose, su cui fosse unanime il consenso. La diffusione della democrazia, inoltre, avvicinava sempre più il cittadino alla gestione diretta della polis e faceva del problema politico, il tema di studio fondamentale per il filosofo.
Il problema politico, ovvero la ricerca di una forma di governo ideale, è il punto fondamentale dell'analisi filosofica di Platone, dal momento che il fine del filosofo è quello di dare delle certezze al cittadino della polis del IV sec. sprofondato nel dubbio e nella corruzione. Così parallela alla tripartizione dei compiti del cittadino secondo giustizia (governanti, guerrieri e lavoratori) nell'ambito di una forma di governo aristocratico, vi è la tripartizione dell'anima (razionale, irascibile e concupiscibile), che fa di quest'ultima un perfetto accordo (Argomento trattato nel Fedone). L'anima oltre ad essere accordo è immortale, ovvero non va incontro alla dissoluzione (come il corpo). (Argomento trattato nel Fedone). L'immortalità dell'anima è dimostrata da Platone con tre argomenti fondamentali: la prova dei contrari, della somiglianza e della vitalità (Argomento trattato nel Fedone). Altra prova fondamentale è quella della reminiscenza, ovvero la conoscenza, come ricordo delle "idee" con cui l'anima è entrata in contatto prima di incarnarsi nel corpo. (Argomento trattato nel Fedone). All'immortalità dell'anima è legato il concetto di filosofia come "preparazione alla morte", dal momento che tramite questa il filosofo viene a conoscenza della possibilità, con la morte, di contemplare le idee. (Argomento trattato nel Fedone). Le prove citate a favore dell'immortalità dell'anima ci conducono alla riflessione ontologica del filosofo, che allacciandosi all'ultimo vero metafisico, Parmenide, cerca di trovare un rapporto fra l'essere e il nostro mondo: è in questo modo che nasce la dottrina delle idee come modelli delle cose sensibili, criterio di giudizio nonché causa delle cose. E ad essa è legata la dialettica come mezzo per costruire la mappa dei rapporti possibili fra le idee. Le idee hanno infatti una loro particolare gerarchia, al cui vertice troviamo l'idea del Bene con la quale vengono messe in relazione le altre. La dottrina dell'anima è legata inoltre all'indagine sull'amore inquadrato come desiderio di bellezza, che si realizza nel sollevamento dell'anima verso i "gradi" della bellezza, che va da quella corporea alla bellezza in sé. Ma come percorrere questa gerarchia? La risposta a questa domanda contiene, nel mito della biga alata, un'altra grande prova a favore dell'immortalità dell'anima: Platone immagina l'anima come una biga alata che contempla le idee per un periodo limitato; in seguito questa perde le ali e si incarna nel corpo; tanto più ha contemplato le idee quanto maggiore è la possibilità che si incarni nel corpo di un uomo dedito alla sapienza. Durante la vita il ricordo delle idee viene stimolato dalla visione della bellezza corporea, che attraverso il vero amore si trasforma in contemplazione dell'idea di bellezza in sé.
Troviamo traccia del problema dell'anima non solo prima di Platone, ma anche prima dello stesso Talete. Basta rifarsi al famoso mito di Dioniso: egli, il più giovane fra tutti gli dei, era figlio di Zeus e di Persefone, e fin dalla sua infanzia, Zeus gli aveva affidato il governo del mondo. Spinti da Era, i malvagi Titani, nemici di Zeus conquistano la fiducia del fanciullo, lo assalgono e lo costringono durante la fuga ad assumere diverse forme; lo raggiungono quando ha assunto la forma di toro e lo sbranano. Atena riesce a sottrarre loro il cuore del dio e lo porta a Zeus, che lo inghiotte. Da quel cuore nasce il nuovo Dionisos, destinato a succedere a Zeus nel governo del mondo. I Titani, sbranatori del dio, rappresentano il principio del male: per il loro delitto la divinità una si disperde nella pluralità delle creature di questo mondo. Ma Zeus annientò col fulmine i Titani: la loro cenere diede origine alla razza umana. Da ciò la duplice natura dell'uomo, misto di anima e di corpo: dell'anima, elemento divino e immortale derivata da una particella del sangue di Dioniso, e del corpo, nato dalla cenere dei malvagi Titani, divenuto carcere e tomba dell'anima. Fra i filosofi presofisti il problema dell'anima è stato dibattuto, per la prima volta, dai Pitagorici.
I Pitagorici si avvalevano delle loro idee matematiche
anche per l'interpretazione dell'uomo. Essi consideravano l'anima
umana come "armonia": essa risulterebbe dalla composizione
armonica degli elementi che compongono lo strumento musicale.
Di questa dottrina c'è traccia anche nel Fedone di Platone,
dove essa viene esposta da Simmia. Empedocle osservava
che l'anima è una sostanza che risulta da una particolare
mescolanza di quattro elementi. Ma con questo concetto "naturalistico"
dell'anima s'intreccia in Empedocle il concetto mistico-orfico,
secondo il quale l'anima è un essere "demoniaco",
divino e soprannaturale, immutabile, persistente attraverso le
successive incorporazioni. Ma attraverso il vortice delle nascite
e delle morti, tutti gli esseri anelano alla pace, all'unità,
all'immobilità dell'Essere divino, del divino Sfero. Coerentemente
alla sua visione dell'universo, Democrito applica
il modello materialistico all'anima, sostenendo ch'essa risulta
corporea perché fatta di atomi "psichici", di
natura ignea, mobile e sottile. L'anima è diffusa in tutto
il corpo e le sue differenti operazioni hanno sede in parti differenti
del corpo. Con Aristotele il principio eterno che
agisce determinando la costituzione e il moto del corpo organico,
servendosi delle sue parti come di suoi "organi", è
l'anima. Questa è la causa motrice e la causa finale del
corpo, è "l'atto (entelechìa) primo di un
corpo che ha la vita in potenza". Corpo e anima formano
un'unità indissolubile: infatti l'organismo è tale,
finché ha facoltà di compiere una funzione, ma d'altra
parte la funzione non può compiersi senza organi. Per Epicuro
l'individuo umano non è che un aggregato di atomi (come
per Democrito): atomi più grossolani e massicci che formano
il corpo e atomi più sottili e mobili che costituiscono
l'anima, come fonte di respirazione, calore.... Formatosi col
corpo, l'anima si dissolve insieme al corpo: non è dunque
immortale. Per gli Stoici l'anima rientra nel novero
delle cose corporee ed è una parte dell'Anima del mondo
cioè di Dio; come Dio, è fuoco o soffio vivificante
e sopravvive alla morte nel seno dell'Anima del mondo.
Obiettivo: comprensione e analisi del testo filosofico.
Il Fedone parte da una tesi fondamentale che è quella
relativa all'immortalità dell'anima, che viene dimostrata
insieme ad una serie di tesi secondarie: la dottrina della reminiscenza,
la concezione secondo cui la vita del filosofo è aspirazione
e preparazione alla morte e quella secondo cui la sapienza è
il valore assoluto, in quanto attività purificatrice dello
spirito, l'argomento dei contrari, della somiglianza e della metempsicosi.
Il Fedone, ovvero il dialogo relativo all'immortalità dell'anima, ha come sfondo temporale le ultime ore vissute da Socrate prima di morire. Allo stato d'animo dei discepoli, tristi per il destino ingiusto del loro maestro, si contrappone la serenità estrema del filosofo. Egli rassicura i presenti trattando l'argomento fondamentale del Fedone: l'immortalità dell'anima. Socrate osserva come deve essere aspirazione più alta del vero filosofo la morte: e per questo, arrivato il momento della morte, il filosofo non si deve affliggere di ciò che ha per lungo tempo desiderato. La tesi di Socrate è dimostrata con un richiamo alle dottrine orfico-pitagoriche secondo cui il destino dell'uomo è regolato da Dei ottimi, quelli che il filosofo spera di trovare nell'oltretomba. La vera dimostrazione segue la credenza enunciata: la morte - dice Socrate - è separazione dell'anima dal corpo; il filosofo non fa del godimento dei piaceri corporei lo scopo della sua vita, e cerca di liberare, durante la vita, la propria anima dal corpo, separazione che avviene con la morte; il filosofo, inoltre, aspira alla sapienza, che si raggiunge con l'attività del pensiero puro, slegata completamente dall'esercizio dei sensi corporei; l'oggetto di tale attività, le idee, infatti sono intelligibili e non sensibili perciò per la loro conoscenza il corpo è inutile, la morte rappresenta il termine naturale della vita del filosofo, che con essa vede realizzata la sua maggiore aspirazione. L'attività del pensiero puro è la sapienza, che è la vera virtù: essa dà valore alle azioni umane e ogni altro valore non è che il riflesso della sapienza. Virtù non è rinuncia ad un piacere maggiore, ma rinuncia dei piaceri in vista della purificazione spirituale dal corpo. Queste premesse sono valide se si è certi dell'immortalità dell'anima: argomento da dimostrare.
Il primo argomento a favore dell'immortalità dell'anima è quello dei contrari: il divenire avviene sempre come passaggio da un termine al suo opposto; ma per questo stesso principio dal termine raggiunto si deve tornare al primo e quindi il processo dev'essere ciclico. Noi vediamo, per esempio che dalla veglia si passa al sonno e viceversa: se infatti dal sonno non si tornasse alla veglia, tutti gli esseri assumerebbero uno stato uniforme di sonno. Ora possiamo applicare lo stesso ragionamento ai contrari vita e morte: oltre al passaggio dalla vita alla morte ci dev'essere anche il passaggio inverso, secondo la legge generale. Al contrario, la natura assumerebbe uno stato uniforme di morte. Così i vivi, rinascendo, si generano dai morti: dunque è necessario che le anime, dopo la morte dei corpi, non cessino di vivere, ma continuino, pronte per una nuova vita. Un secondo argomento è quello della reminiscenza: conoscere, per Platone è ricordare le idee intuite in un'esistenza anteriore e da ciò deriva che l'anima vive numerose vite, ovvero che è immortale. La tesi di Platone è fondata su due prove:
L'anima separata dal corpo contaminata ed impura si aggira, aggravata
dal peso corporeo, nella regione visibile, come un'ombra fra i
sepolcri. In seguito ciascun'ombra si unirà ad un corpo
corrispondente ai costumi da essa praticati in vita. ( per es.
i tiranni e i violenti diventeranno lupi o sparvieri); quelli
che sono stati giusti (ma non per esigenza di purificazione) diventeranno
animali mansueti (come api o formiche) oppure si reincarneranno
nella specie umana. Solo chi abbia amato la sapienza potrà
giungere alla natura degli dei; il filosofo cercherà durante
la vita di separarsi dal corpo, con l'astenersi dai piaceri e
dai desideri proprio in vista della netta separazione dal corpo,
che avviene con la morte. Il filosofo dunque è forte e
temperante perché sa che dopo la morte l'anima potrà
godere del divino e dell'intelligibile.
Dopo che Socrate ha esposto la dimostrazione della sua tesi, due discepoli, Simmia e Cebete fanno le loro obiezioni.
Rifacendosi alla dottrina pitagorica, Simmia considera
l'anima come accordo degli elementi del corpo: definita l'anima
in tal modo, ne viene che l'anima in quanto accordo delle parti
dell'organismo perisca nel momento in cui l'organismo muoia. Dunque
l'anima non è immortale. Anche Cebete fonda la sua
obiezione sulla dottrina pitagorica e osserva che, per ora, si
è dimostrato solo che dopo la morte l'anima continua ad
esistere, ma non si è dimostrato che questo avvenga per
l'eternità. Anzi si può presupporre che l'anima
venga consumandosi dopo aver vissuto numerose vite.
Prima di rispondere alle obiezioni dei due discepoli, Socrate si assicura che entrambi siano d'accordo con l'argomento della reminiscenza. Ad una loro risposta affermativa Socrate argomenta in questo modo: egli osserva che l'accordo non può esistere prima degli elementi che unisce, mentre noi abbiamo affermato che l'anima vive già prima del corpo. A ciò Socrate aggiunge:
L'accordo dunque non si può considerare come l'essenza dell'anima, ma come una sua proprietà o manifestazione della sua azione sul corpo: l'anima infatti non è armonia, ma ha armonia (o virtù) e produce armonia nel corpo. La risposta all'obiezione di Cebete è più complessa: Socrate si rifà alla sua giovinezza e ai suoi studi metafisici, che lo legarono a filosofi come Anassagora, che, tuttavia lo delusero, perché ricercando la causa prima di ciò che ci circonda, confondevano la causa vera (cioè le idee) con quella materiale.
Così si rifugiò nei concetti che ci rimandano ovviamente
alle idee, loro fondamento ontologico. Le idee sono inoltre la
causa ontologica delle cose sensibili, in quanto queste ultime
tendono a diventare simili al proprio modello o idea: l'idea è
dunque causa finale. Dimostrato questo ci chiediamo perché
nel divenire dei fenomeni ogni cosa nasce dal suo contrario (per
es. un uomo è piccolo in relazione ad uno più grande
e viceversa). Questo si spiega con la partecipazione delle cose
sensibili a idee opposte: l'uno diventa due perché prima
partecipava dell'idea dell'unità, ora di quella della dualità.
D'altra parte la duplice partecipazione è valida solo per
caratteri accidentali e relativi degli esseri. Essa non vale quando
si tratta di attributi essenziali: in generale nessuna idea può
diventare il suo contrario, pena la violazione del principio di
non-contraddizione. Così ogni idea esclude il suo contrario,
così come ogni cosa che ha in sé il carattere essenziale
esclude il suo contrario: la neve (il cui carattere essenziale
è il freddo) esclude il caldo (contrario del freddo), perché
quando questo arriva essa si scioglie (ovvero non accoglie in
sé il caldo). Ora l'essenza dell'anima è la vita,
che esclude senza alcun dubbio la morte e poiché l'anima
ha come essenza la vita, esclude la morte. Tuttavia s'è
detto che quando ad una cosa sensibile sopravviene il suo contrario,
perisce: il caso dell'anima è particolare, essa è
principio di vita e negazione della morte (ovvero la dissoluzione).
Dimostrato che l'anima è immortale, Socrate esorta i suoi alla saggezza e all'allontanamento quanto più è possibile dai piaceri e dai desideri. Egli inoltre prima di morire fa una netta distinzione fra la sostanza spirituale (l'io puro) e il suo corpo che fra poco sarà cadavere ed esprime il desiderio che il suo corpo venga allontanato da Atene. Poi beve la cicuta, che lo conduce alla realizzazione del suo desiderio, l'immortalità dell'anima. L'argomentazione è coerente e si tratta ovviamente di un testo dimostrativo
FILOSOFARE (dal Fedone "il filosofo, a differenza
di altri uomini, cerca di liberare quanto più può
l'anima dalla comunanza del corpo"). Il termine filosofia
(filia+sofia
amore per la sapienza ) è già stato utilizzato
nella tradizione, ma con Platone si carica di un significato nuovo:
la filosofia come preparazione ed aspirazione alla morte. Il termine
rientra nell'ambito dell'etica, come comportamento dell'individuo.
Oggi è fondamentalmente usato con l'accezione originaria
di amore per il sapere.
REMINISCENZA (da Fedone "Noi siamo senza dubbio
d'accordo che, se uno si ricorda di qualcosa, bisogna che ne abbia
prima conoscenza"). Il termine reminiscenza (viene dal
latino "reminisci"; in greco "anàmnèsis,"
"ricordo") è già stato utilizzato precedentemente
dalla tradizione orfica e Platone riprende lo stesso significato,
ovvero il ricordo delle idee, ovviamente ampliandolo per dar spazio
alla sua teoria. Così reminiscenza è il ricordo
delle idee con cui l'anima è entrata in contatto nella
vita ultraterrena. Il termine rientra nell'ambito della gnoseologia
ed è oggi utilizzato con la semplice accezione di ricordo.
IMMORTALITÀ (dal Fedone "l'anima continua
ad esistere anche quando l'uomo sia morto, e che essa conservi
potere d'agire e intelligenza").Il termine immortalità
(viene dal latino "immortalitate") è già
stato utilizzato dalla tradizione e ripreso da Platone nell'ambito
dell'ontologia. Oggi ha lo stesso significato.
ANIMA ( dal Fedone "l'anima è per ogni rispetto
più simile a ciò che rimane sempre invariabile che
a ciò che tale non è"). Il termine anima
( dal latino "anima" e dal greco "anemos"
"vento", "soffio vivificante", che equivale
a "psichè"). Il termine è già stato
utilizzato dalla tradizione secondo varie accezioni (corporea
o no... ): secondo Platone una sostanza semplice e incorporea.
Questa è l'accezione più comune anche oggi.
METEMPSICOSI (composto da meta + psychè - "passare
da un corpo ad un altro") non soltanto non è nuovo
in relazione alla filosofia greca, ma anche a quella indiana:
questa legge, che deriva dalle dottrine orfiche, equivale a quella
indiana del Karman, secondo cui ogni essere a seconda della
sua condotta riceve in premio o castigo una vita migliore o peggiore
e non può uscire da questo ciclo ( o samsara) che
è eterno. Il termine oggi, con la stessa accezione è
utilizzato in credenze religiose e filosofiche. Il termine rientra
nell'ambito della teologia.
IDEA (dal greco "eìdos", "idea", "figura", "aspetto") è una realtà ontologica a sé stante, immutabile ed eterna, che funge da modello delle cose sensibili: questo termine è utilizzato per la prima volta da Platone con questa accezione. Oggi per idea noi intendiamo un pensiero astratto. Il termine entra nell'ambito dell'ontologia e della gnoseologia.
Numerose sono le metafore che Platone usa nella sua opera, ma quella più caratteristica che riguarda il canto del cigno. Quando Socrate ha finito di dimostrare la sua tesi , chiede ai discepoli se hanno obiezioni da fare: essi affermano di non voler fare a lui obiezioni data la situazione. In quel momento Socrate si paragona al cigno che, secondo la tradizione, prima di morire canta, non per il dolore, ma per la felicità di poter trovare, dopo la morte, una vita migliore. Così dice Socrate "anch'io credo d'essere compagno dei cigni nel loro servizio e sacro al medesimo dio e di possedere per dono del mio Signore, non meno di loro, la virtù della divinazione, e di poter dunque separarmi dalla vita non meno lietamente di loro. Per questo dunque dovete parlare e domandarmi quel che volete ".
E' evidente che Socrate vuole rallegrare i suoi discepoli e persuaderli
a dibattere con lui con la vivacità di sempre dal momento
che il loro maestro sta realizzando il sogno di una vita.
La dimostrazione dell'immortalità dell'anima ha ovviamente
un senso ontologico in quanto dimostra quella che è
la vera essenza dell'anima, la vita; un senso gnoseologico
in quanto dimostra la reminiscenza, ovvero il modo attraverso
il quale avviene la conoscenza umana; ma soprattutto un significato
etico , in quanto esalta la condotta di vita del filosofo
che si allontana dalla corruzione delle cose sensibili. Pertanto
Platone scontrandosi nettamente con la concezione della filosofia
dei sofisti, che vendono sapienza, parla del filosofare come di
un intimo atteggiamento della persona che aspira alla contemplazione
delle essenze intelligibili o più semplicemente delle idee.
E' evidente anche il profondo senso religioso dell'opera
che mira a chiarire il problema del destini: la nostra sorte
attuale dipende evidentemente dalla condotta nella vita precedente.
AUTORE : Platone
FORMA LETTERARIA DEL TESTO: Dialogo
I PERSONAGGI:
Socrate
Nacque ad Atene intorno al 469 a.C. da uno scultore e da una levatrice
e da Atene non si allontanò mai. Si tenne lontano dalla
vita politica, ma compì i doveri di cittadino partecipando
a tre battaglie e non fuggendo alla sua pena. Sacrificò
i suoi interessi privati per adempiere al suo compito: il filosofare.
Trascorreva le sue giornate conversando dappertutto ed interrogando
ogni sorta di gente: brutto e trasandato attraeva per la forza
avvincente del suo ragionare. Fu denunciato come reo di corrompere
i giovani e di non credere agli dei della città. Processato,
avrebbe potuto fuggire, ma fedele alla sua opinione, decise di
bere la cicuta. Nel Fedone, Socrate è il personaggio più
importante: è colui che espone e dimostra la teoria; è
il maestro che rassicura i discepoli; è l'uomo che si prepara
con tranquillità alla morte.
Fedone
Nativo di Elide, Fedone, alla presa della sua città, fu
catturato e ridotto in schiavitù ad Atene. Qui lo conobbe
Socrate, il quale convinse altri amici a riscattarlo. Da allora
Fedone si dedicò alla filosofia. Dopo la morte del maestro,
come molti altri discepoli di Socrate, avrebbe fondato una sua
scuola, detta di Elide, le cui caratteristiche, per quel poco
che ne sappiamo, dovrebbero essere state il taglio eristico -
dialettico, che riprendeva il primo insegnamento socratico, e
l'orientamento generale verso tematiche prevalentemente etiche.
La scuola di Elide ebbe breve vita. Nel Fedone, egli è
il narratore, nonché discepolo di Socrate.
Echecrate
Echecrate non era della cerchia dei discepoli di Socrate. Egli faceva parte del circolo pitagorico di Fliunte (polis greca indipendente). La circostanza narrativa dell'incontro fra Fedone ed Echecrate, da cui prende le mosse il dialogo, testimonia i rapporti regolari di scambio fra la cerchia socratica di Atene e i circoli pitagorici dell'epoca.
Simmia e Cebete
Sono i due principali interlocutori di Socrate. Simmia era di
Tebe mentre Cebete della Beozia. Entrambi giovani e ricchi, i
due furono discepoli del pitagorico Filolao di Taranto. In seguito
entrarono a far parte della cerchia socratica. Socrate, altrove,
definisce Simmia il migliore nell'arte di provocare la discussione.
A sua volta Cebete, nel Fedone, è ripetutamente descritto
come un interlocutore molto difficile da convincere. Nel "Critone"
Simmia e Cebete sono menzionati fra quelli che hanno raccolto
la somma di denaro necessaria a Critone per far evadere Socrate.
Apollodoro
Per Senofonte, egli era un discepolo molto attaccato a Socrate,
ma anche assai stupido: egli faceva parte della cerchia degli
inseparabili dal maestro. Platone affida al suo personaggio il
ruolo di narratore nel "Simposio" dove viene
descritto come un uomo che parla sempre male di se stesso e degli
altri.
Qui è espresso il concetto di una sanzione ineluttabile che segue alla nostra condotta: agendo rettamente, avremo in premio una vita migliore ( fino a che purificati del tutto, usciremo dal ciclo della generazione); agendo invece malvagiamente, avremo come castigo o pena, una vita peggiore (animalesca perché siamo stati schiavi di istinti brutali). Per esempio coloro che si sono dati a gozzoviglie e a violenze carnali, avranno, essendo stati schiavi delle passioni, un corpo d'asino o di bestia simile; i tiranni e i violenti diventeranno lupi o sparvieri; quelli che sono stati giusti e temperanti si reincarneranno in animali mansueti o altri uomini; solo il filosofo arriverà alla purificazione dell'anima, in quanto la sua temperanza non era fatto di consuetudine, ma di desiderio di separarsi dal corpo.
.
Secondo Platone, dopo la morte, l'anima è accompagnata da un demone nel cosiddetto "prato del giudizio" . Qui, presa in consegna da una nuova guida che la conduce nell'Ade, dopo aver qui ricevuto la propria sorte, viene condotta da una nuova guida sulla terra, dopo un lungo periodo. Il comportamento delle anime è comunque diverso: le anime sagge seguono la loro guida e non ignorano per mezzo degli insegnamenti filosofici e religiosi la loro sorte; quella dominata ancora dal corpo è trascinata a stento dalla sua guida, perché è legata alle passioni; quella impura e ingiusta è sfuggita e scansata dalle altre; quella buona e temperante, rispettosa degli dei, va subito ad abitare nel luogo a lei adatto.
Le notazioni sparse, a riguardo, nei diversi scritti di Platone
suscitano - malgrado la presenza innegabile di alcuni tratti costanti
- un'impressione complessiva di discontinuità e, talvolta,
di incongruenza. Se alcune differenze di impostazione o apparenti
contraddizioni sono riportabili alla diversità di prospettiva
dei vari dialoghi o riguardano particolari di scarsa rilevanza
filosofica, altre sembrano poter trovare una spiegazione plausibile
solo nell'ipotesi di un'evoluzione del suo pensiero. Nel Cratilo
Socrate, nel tentativo di rinvenire attraverso l'analisi etimologica
il "che cos'è" di alcune nozioni chiave
utilizzate nel linguaggio, giunto ad esaminare il concetto di
psychè, ne individua due possibili etimi: "chi
l'ha detta psychè potrebbe averlo fatto pensando che, quando
si trova nel sòma, fa sì che esso abbia la vita
rendendolo in grado di anapnein (respirare) e anapsychon (dandogli
refrigerio)". Ma forse prosegue Socrate, c'è una
soluzione ancora più convincente: infatti la physis
(natura) del corpo, ha vita e movimento a causa dell'anima, così
che si potrebbe anche derivare psychè da physèche
(ciò che domina e trascina la natura). E nella Repubblica
si ribadisce che "la funzione peculiare dell'anima è
vivere". Un'espressione quasi identica compare nelle
Leggi. Nel Fedro la nozione di anima viene collegata
a quella di vita tramite la mediazione del concetto di movimento:
vi deve essere un principio di movimento che non riceve il moto
dall'esterno e che sia parte di movimento per sé e per
ogni cosa nell'universo. L'anima è appunto questo principio
autocinetico ingenerato e immortale e "tutto quanto è
anima ha cura di ciò che è inanimato e pervade il
cielo in ogni parte in forme diverse". Nella Repubblica
è inoltre trattato l'argomento della reminiscenza: l'uomo
che ricorda si scioglie dai ceppi che lo costringono a scrutare
le labili ombre stagliate sul fondo scuro della sua prigione -
ossia le apparenze sensibili - e, come è illustrato
nel celebre "mito della caverna" del VII
libro , volge lo sguardo a veri oggetti riflessi in quelle ombre
e, infine alla luce che li illumina e le fa essere. Questa realtà
divina e luminosa equivale alle idee e la salvezza si realizza
nella loro contemplazione ininterrotta e beata da parte dell'anima
- intelletto: "se un uomo sa avvalersi di questi ricordi
nel modo gusto è perennemente iniziato a misteri perfetti
e diviene, egli solo, perfetto". (Fedro). Naturalmente,
nel contesto del nostro dialogo, il tema del ricordo è
funzionale alla dimostrazione della preesistenza dell'anima: la
precognizione delle idee che ogni conoscenza particolare pare
esigere e che Platone ritiene di poter spiegare solo come "ricordo"
di nozioni già apprese, viene utilizzata, ad esempio, nel
Menone. Qui l'ignoranza diveniva solo una specie di smemoratezza
e l'apprendimento un ricordare: dunque persino uno schiavo
di intelligenza vivace, ma del tutto digiuno di matematica, se
ben interrogato poteva risolvere un teorema geometrico. Nel Timeo
l'anima umana è l'esito di un atto compositivo del Demiurgo
che esercita una sorta di costrizione su un insieme di elementi
eterogenei costituendo un'entità intimamente dinamica eppure
vincolata a persistere indefinitamente nella propria struttura
unitaria per volontà del suo creatore. L'immortalità
non è più deducibile analiticamente dall'essenza
vitale e intelligente dell'anima. Generata e composta, contaminata
di fisicità l'anima rinuncia nel Timeo, all'assoluta
lontananza dal corporeo e all'uniformità rispetto alle
idee. Ricordiamo infine nella Repubblica la trattazione
presente anche nel Fedone, della sorte delle anime dopo la morte
con il racconto del soldato Er morto in battaglia e risuscitato
dopo dodici giorni.
Obiettivo: discussione critica.
Il problema dell'immortalità dell'anima e della morte è ancora oggi attuale specialmente in materia religiosa: anche se da questo punto di vista, oggi non si cerca di dare delle dimostrazioni vere e proprie come fa, nel Fedone, Socrate. "La meditazione della morte" leggiamo in Michel de Montaignè "è meditazione della libertà". "L'uomo libero" controbatte l'Etica di Spinoza "a nessuna cosa pensa meno che alla morte e la sua saggezza è una meditazione sulla vita". E' certo comunque che la meditazione sulla morte abbia affascinato la filosofia per secoli e secoli e dopo Platone filosofi come Aristotele e lo stesso Kant, hanno sostenuto la tesi relativa all'immortalità dell'anima. La metempsicosi è un problema affrontato nelle più grandi religioni orientali come per esempio il buddismo, dove oggetto di studio è la liberazione dal samsara, la ruota della nascita e della morte, cui l'uomo è soggetto per la legge del Karman. L'eliminazione del karman si ottiene attraverso la disciplina morale e la conoscenza: in questo notiamo una certa analogia con la tematica platonica. La reminiscenza è certo un tema un po' superato e come dimostrazione dell'immortalità dell'anima, cade nel momento stesso in cui non si ammette la presenza delle idee platoniche: il metodo di apprendimento dell'uomo è oggi supportato da conoscenze scientifiche più ampie di quelle dell'epoca. Grande successo ha avuto invece il mito del destino delle anime dopo la morte: quello che racconta Platone è confrontabile con ciò di cui parla Dante nella sua "Divina Commedia". In base alla condotta umana ci aspetta un destino di eterno dolore o di gioia. Dante utilizza la legge del contrappasso in base alla quale, per esempio gli indovini, che durante la vita hanno preteso di prevedere il futuro, ora non possono scorgere nemmeno ciò che si trova davanti a loro, poiché hanno la testa rivolta indietro. E del resto una analogia netta è anche la credenza che le anime dopo la morte giungano "in un certo luogo" (ovvero il prato del giudizio) che è poi la nostra "valle di Iosafat". Nel Cristianesimo si parla non di immortalità, che indica assenza di morte degli uomini (e ciò non corrisponde a verità), ma di resurrezione delle anime, che comunque un giorno riprenderanno possesso del loro corpo e affronteranno il loro destino.
La tensione filosofica dell'opera è senz'altro altissima;
l'argomento e le dimostrazioni sono particolarmente coinvolgenti.
Questo perché l'argomento affrontato è oggi per
noi ancora privo di una soluzione definita: infatti, affidandoci
alla religione crediamo senza possibilità di dimostrazione,
benché l'uomo abbia sempre bisogno di prove tangibili per
credere. Invece il problema dell'immortalità affrontato
filosoficamente dà all'uomo prove che sono frutto di un
lungo ragionamento, privo di difetti, almeno se consideriamo il
testo in relazione al periodo in cui l'autore è vissuto.
D'altra parte è necessario dire che il tema ora per noi
rientra nell'ambito teologico, nel quale ha preminenza la fede
non la razionalità. Al di là di questo, è
interessante analizzare come nel Fedone riesca a
mescolarsi la materia ontologica, teologica e anche il mito: così
dopo la lunga dimostrazione di Socrate sull'anima, ecco il curioso
racconto relativo alle anime dei buoni e dei cattivi, che si trasformano
in animali simili a loro per indole. Inoltre a parti di altissima
tensione filosofica, fanno seguito parti di altissima tensione
lirica e drammatica. In realtà è lo sfondo del Fedone
a renderlo un'opera veramente completa sia dal punto di vista
del contenuto che dal punto di vista strutturale. Ovviamente gli
ultimi istanti della vita di Socrate sono i più coinvolgenti
e meritano di essere letti: "Oramai le parti intorno al
basso ventre erano quasi fredde, ed egli, scopertosi - poiché
s'era coperto - disse queste parole, le ultime che pronunciò
: - O Critone, siamo debitori ad Asclepio d'un gallo; dateglielo
e non ve ne dimenticate. - Ma certo, disse Critone, sarà
fatto; ma vedi se hai altro da dire. A questa domanda egli non
rispose più; ma poco dopo si scosse; e l'uomo lo scoprì,
ed egli restò con gli occhi fissi. Critone, al veder ciò,
gli chiuse la bocca e gli occhi". Le ultime parole di
Socrate hanno un significato preciso: la vita corporea è
un male, della cui liberazione dobbiamo, nella speranza di una
vita migliore, ringraziare gli dei, e in modo particolare il dio
della medicina, appunto Asclepio, che guarisce dalle malattie.
La cicuta fu dunque per lui, martire dell'ingiustizia e
della stolta violenza umana, il veleno distruttore del corpo,
ma nello stesso tempo la medicina liberatrice dai mali della
vita terrena. E invece le ultime parole del Fedone rendono
esplicito il giudizio che Platone ha costruito in tutta l'opera
implicitamente: sono parole di profondo rispetto e ammirazione
nei confronti di un uomo simbolo per Atene, per Platone e anche
per noi lettori del Fedone, che veniamo coinvolti interamente
nella sua vicenda. "Questa, o Echecrate, fu la fine dell'amico
nostro, l'uomo, noi possiamo ben dirlo, più buono di tutti
quelli che allora conoscemmo, e senza paragone il più saggio
e il più giusto".
"Costruisci la tua nave di morte, costruiscila in tempo,
costruiscila amorevolmente e ponila fra le mani della tua anima"
( D.H. Lawrence, Ship of Death").
"Si muore soli, la compagnia dei nostri simili, miserabili
come noi, impotenti come noi, non ci aiuterà". (Blais
Pascal "Pensèe").
"Ma è forse terribile il morire, la Morte? Niente
affatto: la Morte è la fine auspicata dopo la violenza
subita". (Gotthold Ephraim "Lessing").
"Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo?".
(Marcel Proust "Alla ricerca del tempo perduro")
"Tutte le vie dello spirito partono dall'anima, ma nessuna
vi ritorna". ( Robert Musil "L'uomo senza qualità").