60° anniversario della morte di Antonio Gramsci

Cagliari, 7 Aprile 1997

Gli intellettuali

Il problema che sta a cuore a Gramsci è quello di precisare la posizione degli intellettuali rispetto alle altre forze sociali e il loro ruolo negli apparati della politica e dello Stato.

E' un problema che egli prospetta in due punti di vista, oscillando tra la previsione di ciò che dovrebbe essere in futuro e la diagnosi di ciò che è stato: si tratta, infatti, di capire quali caratteristiche dovrebbe avere un nuovo tipo di intellettuale che sia organico al proletariato, e di vedere quali funzioni svolgano nella società fondata sul dominio della borghesia capitalistica.

Il Quaderno 12 si apre, infatti, col celebre interrogativo:

"Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali?"

Un punto è subito chiaro: la definizione di "intellettuale" non può passare attraverso il tipo di attività svolta, ma attraverso l'insieme del sistema di rapporti in cui le attività stesse, e quindi i gruppi che la svolgono, vengono a trovarsi nel complesso generale dei rapporti sociali.

L'operaio, o proletario, ad esempio non è specificamente caratterizzato dal lavoro manuale, ma da questo lavoro in determinate condizioni e in determinati rapporti sociali; senza considerare, inoltre, che in qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, esiste un minimo di attività intellettuale creatrice . Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l' homo faber dall' homo sapiens. Gramsci ha scritto:

"Tutti gli uomini sono intellettuali (…) ma non tutti gli uomini hanno, nella società, funzione di intellettuali".

Secondo il pensatore ogni classe ha una propria categoria specializzata di intellettuali, anche se essi, per la loro peculiare attività, rappresentano se stessi come un gruppo sociale autonomo che opererebbe secondo linee di continuità interna (sicché le idee dovrebbero produrre altre idee e le forme d'arte altre forme d'arte).

Rende più complesso il problema il fatto che le classi fondamentali - così definite in quanto svolgono una funzione essenziale nel sistema di produzione - non solo creano ex novo strati di intellettuali, ma assorbono, per attrazione egemonica, strati preesistenti di intellettuali tradizionali, organici, almeno in origine, con altri gruppi sociali. E' il caso degli ecclesiastici, organicamente legati all'aristocrazia fondiaria, monopolizzatori per lungo tempo di alcuni servizi importanti: l'ideologia religiosa, cioè la filosofia e la scienza dell'epoca, con la scuola, l'istruzione morale, la giustizia, la beneficenza, l'assistenza.

Mentre gli intellettuali organici danno alla loro classe di appartenenza omogeneità, consapevolezza della sua funzione e capacità di direzione, quelli tradizionali incarnano soprattutto la continuità storica. Infatti, la tradizione impone di assimilare al passato non solo alcune funzioni intellettuali, ma anche alcuni strumenti formativi come la scuola o ceti da tempo specializzati nella "produzione" di intellettuali, come la piccola borghesia urbana e rurale.

L'ultimo criterio, intercalato con i precedenti, che concorre a definire gli intellettuali, è quello che ne disloca l'attività - in quanto "funzionari delle superstrutture - entro il piano della "società civile", dove, concorrendo a formare e mantenere il consenso, svolgono il ruolo di "collante" del sistema dell'egemonia, mentre quelli operando entro lo Stato, reggono con gradi diversi di responsabilità, la sfera della politica.

Il nuovo intellettuale non si identificherà come tradizionalmente si pensa, col filosofo, il letterato, l'artista. Il suo modo d'essere non può più consistere nell'eloquenza (motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni), ma nel mescolarsi alla vita pratica come costruttore e organizzatore, "persuasore permanentemente". Dalla tecnica-lavoro giunge alla tecnica-scienza e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane "specialista" e non si diventa "dirigente".

Strettamente legato al problema degli intellettuali è quello della funzione del partito politico. Per alcuni gruppi il partito non è altro che il modo di elaborare la propria categoria di intellettuali organici. Per tutti i gruppi esso procura la saldatura tra intellettuali organici di un dato gruppo, quello dominante, e gli intellettuali tradizionali.

Nella nota su Machiavelli, Gramsci (Quaderno 13) riconosce al partito il compito di interpretare i sentimenti e la volontà collettiva, rendendoli chiari al popolo stesso e guidando verso la realizzazione delle sue vere e inconsce aspirazioni.

Quest'intellettuale "collettivo" - "Moderno Principe" - deve essere non solo interprete della propria epoca, ma anche costruttore di una nuova visione del mondo, di una riforma morale e laica della società.

Queste ultime considerazioni confermano l'originale interpretazione gramsciana del materialismo storico, proprio per l'importanza principale che acquista il momento della cosiddetta "sovrastruttura", e più in particolare, la sfera della soggettività, il ruolo decisivo che hanno le forme della "coscienza", le rappresentazioni ideologiche.

Per Gramsci, infatti, nessuna trasformazione sociale può trovare attuazione nel lungo come nel breve periodo, senza un consenso attivo, organico e diffuso nell'insieme del corpo sociale in tutte le sue articolazioni e stratificazioni.

Elena Sensi classe terza F

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